The Cat on the Dovrefjell

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Sulle correnti più alte e vorticose del mondo galleggiava il Mercato del Cielo, un luminoso arazzo di bancarelle filate dalle nuvole dove i mercanti barattavano venti in bottiglia e la prima luce dell'alba. Sotto, tra le dimenticate e scoscese viscere conosciute come Dovrefjell, viveva Fellin, una tranquilla guardiana della natura il cui unico desiderio era proteggere le sempre più scarse sacche di magia selvaggia dal crescente clamore di sopra. Quest'anno, mentre le lunghe notti invernali si protraevano, un'antica fame si risvegliò tra le cime in ombra, minacciando di frantumare la pace che Fellin custodiva fieramente con un'ospite inatteso e chiassoso di troll, guidati dal loro imponente Re, e un misterioso, enorme "gatto" di nome Kael, la cui presenza prometteva salvezza o rovina.

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Mentre la prima vera bufera di neve ululava attraverso il Dovrefjell, Fellin era intento a mettere in sicurezza la sua piccola, robusta dimora, con le mani callose per anni di riparazioni contro i venti impetuosi. "Un altro inverno profondo si avvicina," mormorò a se stesso, tirando una spessa barra di legno intagliato attraverso la sua robusta porta di quercia. Improvvisamente, un'ombra colossale cadde sulla sua finestra, seguita da un suono sordo e rimbombante che sembrava scuotere le fondamenta stesse della sua casa, un suono diverso da qualsiasi creatura che conoscesse.

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«Chi osa disturbare la pace della mia dimora di Dovrefjell?» chiamò Fellin, la voce ferma nonostante il tremore nel petto, mentre il rombo si intensificava. Un leggero colpo alla sua porta, poi un basso, lamentoso miagolio, lo raggiunse, e quando la aprì con cautela, una creatura di immense dimensioni, coperta di folta pelliccia bianca, si mosse pesantemente nella sua piccola casa. «Tu non sei un gatto comune,» sussurrò Fellin, guardando nei suoi occhi antichi e sapienti, ricordando la storia ancestrale della costellazione dell'«Orso Spirito Stellare», un guardiano celeste che si dice appaia solo in tempi di profonda solitudine.

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Fellin condivise le sue scarse provviste invernali con Kael, sorpreso dal comportamento gentile e dall'appetito robusto dell'orso, un patto silenzioso forgiato tra uomo e bestia. I giorni si trasformarono in settimane, l'inverno profondo e indisturbato, salvo per il canto del vento, finché una sera, una cacofonia di urla gutturali e pietre che si frantumavano salì dalle valli inferiori. "Arrivano," mormorò Fellin, i suoi occhi che si stringevano, "le cose rozze e dirompenti della terra profonda, attratte dal profumo di una quieta celebrazione."

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Alla vigilia di Natale, i troll non invitati, guidati dal loro grottesco Re, raggiunsero l'isolata dimora di Fellin, i loro volti brutali premuti contro la sua finestra, le loro mani che battevano violentemente sulla sua porta. "Sentiamo odore di festa, umano! Apri e condividi le tue provviste invernali, o le prenderemo!" ruggì il Re dei Troll, la sua voce un ringhio roco. Fellin rimase fermo, ma il suo sguardo si posò sul suo misero tavolo, il conflitto delle sue scorte in diminuzione che si scontrava con le antiche leggi dell'ospitalità che rispettava profondamente.

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Mentre i troll iniziavano a spaccare la porta con le loro rozze clave, Kael, che sembrava dormire profondamente accanto al focolare, srotolò lentamente il suo immenso corpo. Un ringhio basso e gutturale gli rimbombò nel petto, un suono che iniziò dolcemente ma rapidamente si trasformò in un ruggito fragoroso, scuotendo le pietre stesse della casa e facendo immobilizzare i troll all'esterno per il terrore. "Che cos'è, nelle fosse ghiacciate?" strillò un troll, lasciando cadere la sua clava.

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«Quello non era il miagolio di un gatto qualunque» balbettò il Re dei Troll, inciampando all'indietro con la sua banda terrorizzata, fuggendo nella bufera ululante, «quella era la voce della montagna stessa!» Fellin li guardò scomparire, poi si voltò verso Kael, che si era di nuovo sistemato accanto al fuoco, i suoi occhi ora con un luccichio consapevole. «Tu, amico mio, sei più di quanto avessi mai immaginato» rifletté, ricordando un antico detto del filosofo Seneca: «La fortuna è ciò che accade quando la preparazione incontra l'opportunità». La sua decisione di offrire ospitalità, davvero, aveva incontrato un feroce, antico protettore.

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Passò un anno pacificamente, Fellin e Kael condividendo la quieta solitudine del Dovrefjell, il ricordo dei troll che svaniva come un sogno invernale. Eppure, mentre la vigilia di Natale si avvicinava di nuovo, Fellin sentì un timore familiare, una vibrazione nelle antiche pietre che parlava del loro inevitabile ritorno. Guardò le costellazioni visibili attraverso la sua finestra, tracciando l'Orso Spirito Stellare tra di esse, e un verso a lungo dimenticato dell'antica tradizione ancestrale gli venne in mente: "Quando il freddo dell'inverno morde acuto e ombre affamate vagano, la progenie dello Spirito Stellare custodirà l'umile dimora, sette echi feroci, per bandire la notte più oscura".

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Proprio come Fellin aveva previsto, il Re dei Troll e la sua banda affamata tornarono, le loro grida echeggiavano sulla neve. "Umano! Quel tuo mostruoso gatto è sopravvissuto un altro anno? Siamo venuti a finire il nostro banchetto!" ruggì il Re. Fellin uscì, calmo e risoluto, un piccolo sorriso consapevole gli giocava sulle labbra. "Oh, certo che sì, ma non è più solo," annunciò Fellin, gesticolando vagamente nell'ombra della sua dimora, "ora ha sette gattini, ognuno molto più feroce del padre, con occhi come braci ardenti e artigli come pugnali di ghiaccio!"

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Gli occhi del Re dei Troll si spalancarono con autentico orrore al pensiero di sette creature ancora più feroci di quella che li aveva cacciati via. "Sette! Tu tieni sette di questi mostri?!" strillò, girandosi sui tacchi. Tutta la sua banda, terrorizzata dall'immagine dipinta dalle parole di Fellin, si dileguò, scomparendo nelle valli spazzate dalla bufera, per non disturbare mai più il Dovrefjell. E così, Fellin imparò che la vera ospitalità, offerta anche agli ospiti più insoliti, poteva evocare la protezione più selvaggia e inaspettata, dimostrando che a volte, la forza più grande non risiede nella forza bruta, ma nella saggezza di accogliere l'ignoto.